Fire

Giovanni Tritemio era accanto ad un fuoco, nel inverno del 1513 presso Würzburg, e come amico e maestro di Cornelius Agrippa si apprestava ad una travagliata riduzione fisica della materia dall’informe alla forma.
Aveva appena concluso la sua opera, la Steganographia, che teneva rilegata in forma manoscritta e che aveva letto solo l’abate di Sponheim, che ora gli aveva chiesto un esempio di magia operativa. Nell’ athanor aveva messo amnesie, frammenti del passato, ricordi, specchi riflettenti, luci tremolanti di candele: il risultato doveva essere uno oggetto che avesse la capacità di distruggere qualsiasi approccio in cui gli accadimenti siano legati da un nesso causale, trasformando ogni fatto in una spirale irrealistica ma emotivamente vera.
Uomo dotto, conosceva lingue come l’ebraico, il caldeo e il tartaro ed era in contatto con cabalisti, teologi e alchimisti. Il fuoco cominciò la sua opera, un processo “spirituale” di ascesa verso la luce della bellezza e di liberazione nella idealità: il fuoco, che in alchimia è sia un agente della trasformazione sia il risultato della trasformazione stessa bruciava, mentre Tritemio pensava che poi, all’improvviso, si inciampa in un pomeriggio d’inverno in parole che si fanno talmente invadenti che i corpi reagiscono. La sorpresa diventa piacere. Desiderio di provare piacere. Piacere di provar desiderio. E le parole vorrebbero essere vissute, consapevoli di quanto sia effimera la tensione capace di sconvolgere.
Ma consapevoli anche che senza un atto di volontà i sogni rimangono sogni, le parole, parole.
“Avremo il coraggio di vivere un attimo sospesi dai nostri giorni tutti uguali?” si chiese con stupore e desiderio.
Nel 1518 creò la Tabula recta.

