Archive for the 'Storie vere' Category

Piazza di Spagna

Passeggio con il mio amico Mario per Piazza di Spagna.

Mentre ci fermiamo a guardare la folla che si accalca sui gradini di Trinità dei Monti si avvicina una signora molto anziana ma anche molto elegante e ben curata. Mi guarda intensamente e, arrivando proprio sotto il mio viso, mi dice: “Mi scusi, ma è davvero impressionante la sua somiglianza con il mio Riki. I suoi occhi, lo sguardo, la fisionomia del viso…è incredibile”.

Io e Mario ci guardiamo divertiti pensando che sicuramente gli ricordo il marito oppure un figlio. Continuando a guardarmi con sorpresa la signora continua: “Volete che vi racconti la storia del mio Riki?” Sempre più divertiti assentiamo.

“Il mio Riki, tanto per cominciare, era un bel cane (ci guardiamo ridendo). La storia inizia nel 1950 (il mio anno di nascita), era un giovedì mattina ed era il primo sciopero generale dopo la guerra. Era il 22 marzo (il giorno in cui sono nato, e il particolare dello sciopero me lo ricordava sempre mia madre che diceva -tu sei nato il giorno dello sciopero generale perciò voglia di lavorare poca-)”.

Il racconto comincia ad impressionarmi.

“Ero in una strada proprio da queste parti, c’era tanta gente in giro e c’erano anche tante camionette della polizia che sfrecciavano veloci. Fu proppro una di queste camionette, mentre io e il mio riki cercavamo di attraversare la strada, che sfiorò me e prese in pieno la testa del mio amato cagnolino…proprio qui sulla parte destra“.

Mi tocca sul punto che ha detto e sente la cicatrice.

La grande illusione

Dovete il più grande spettacolo cinematografico della storia alla mia partecipazione al Partito Comunista.

Erano gli anni sessanta e il governo americano non la prese bene. Ricordo che ricattarono mio fratello Stanley: la NASA mise sul piatto della trattativa le mie frequentazioni. E così Stanley, per evitare scandali in famiglia, fu precettato e poi costretto a collaborare.

Provai a scusarmi con lui dell’inconveniente, ma non mi parlò più. In fondo non era tutta colpa mia, anzì credo che si rivolsero a lui a causa del suo film del 1968. Comunque non lo vidi più per almeno sedici mesi.

Mi dissero che aveva lavorato in un set artificiale a Huntsville, in Alabama, sotto il coordinamento di Douglas Trumbull. Riuscì a riprodurre magistralmente il primo e il secondo allunaggio.

Ricordo ancora quella mattina del 20 luglio 1969: mezzo mondo incollato al televisore. La grande illusione: milioni di esseri umani credettero di guardare un proprio simile sulla luna. Nell’identico istante in cui i terrestri sognavano estasiati mondi migliori del nostro, io mi limitavo ad ammirare il capolavoro di mio fratello.

Conoscendolo, pensai subito che avrebbe chiesto qualcosa di prezioso alla NASA in cambio della sua collaborazione e del suo silenzio: quel qualcosa fu l’unico esemplare della lente Zeiss Planar. Con quella lente Stanley riuscì a girare, con la sola sola luce delle candele, quello che ritengo il secondo grande spettacolo cinematografico di tutti i tempi: Barry Lyndon.

Raul Kubrick

Venerupis aurea

Non ho saputo resisterti.

Ho cercato di calmare il mio desiderio tra le acque torbide di Castel Porziano. Invano ho cercato di distrarmi con la letteratura: Paul Auster mi ha trasportato per un attimo in una New York metafisica e spettrale. Mr. Vertigo mi ha insegnato che basta guardare qualcuno in faccia un po’ più a lungo per avere la sensazione di guardarti in uno specchio.

Il siciliano previde che la bonaccia di agosto non avrebbe calmato i miei sensi. Non ho saputo resisterti.

Mi sono cirondato da acri di silenzio per starti lontano. Ho considerato che la vita dipende da avvenimenti inaspettati e ho sperato che accadesse qualcosa che mi allontanasse da te. Ma non ho saputo resisterti.

Allora mi sono buttato a capofitto su di te. Davanti al mare ho imbracciato la forchetta e ti ho divorato: sei stato il piatto di spaghetti alle vongole più buono che abbia mai mangiato.

Oggi

Mezzo secolo. Questo è l’unico dato sul quale non ho eccessive ritrosie: credo, seguendo Calvino (Italo) che di un uomo contino solo le opere, se e quando contano, naturalmente. Per questo dati biografici non ne do, o li do falsi, o ancora meglio: cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Come queste foto di facce che mi guardano e sembrano me, ma non so quale me. Se qualcuno vuole sapere qualcosa me lo chieda pure, ed io gliela dirò. Ma non dirò mai la verità, mai, di questo può starne certo chiunque, perchè neanche io la conosco.

Vento non sempre favorevole ma anche di bolina si avanza, se hai una mèta. Con gli amici cento progetti mai realizzati, ma che fanno vivere. Un grande e continuo giocare, con leggerezza, rapidità e precisione, e in Calibano ho raccolto tutte quelle parole che non volevo andassero perdute dopo avere assunto, in tutta la mia vita, la forma dei personaggi che ho amato nei libri.

Sono andato con Nick Adams a pesca nei torrenti, ho visto con altri occhi la fiesta di Pamplona e seguito i sogni di Robur il conquistatore, ho passeggiato sulla montagna incantata o tentato di scalare il monte analogo per poi abitare ognuna delle 100 stanze del caseggiato al numero 11 di Rue Simon-Crubellier, e così via via fino ad incontrare, in una notte di tempesta, Ariel e Calibano: lì sono diventato Prospero con tutta la sua biblioteca.

Ogni volta che rivedo la mia vita fissata in un elenco di date e fatti vengo preso dalla vertigine dell’angoscia, soprattutto quando si tratta di informazioni che ho fornito io: ridicendo le stesse cose con altre parole, inventando legami verosimili, spero di aggirare il mio rapporto nevrotico con il tempo, e con la sua presunta fine.

Qui, in quanto Prospero, attendo il momento nel quale gettare via TUTTI i libri, per diventare per sempre e solo Halprin, che in un luminoso appartamento sul Bosforo beve limonata, aspettano di leggere ad Augustine i propri taccuini.

Io mi ricordo

1. L’odore degli scudetti delle squadre di calcio, trovati nei pacchetti di figurine, quando staccavo la carta adesiva.

2. L’odore umido  dei chicchi di grano ammucchiati nel granaio quando andavo al paese, da piccolo.

3. Un ciclista che si chiamava Zandegù ed un altro che si chiamava Passuello: questi nomi mi
richiamavano sempre  alla mente imprese eroiche.

4. Di aver letto, scritta con un pennarello su di un muretto del lungomare, la Triste Storia di Tonno Sgnacchete: era il racconto di una vacanza a Silvi Marina di un adolescente  che voleva adescare delle ragazze e che non portò alcun risultato.

5. La paura che avevamo noi bambini dei “cani del Pedricca (o Petricca)”. Quest’ultimo era il guardiano di un collegio in disuso, confinante con una parrocchia e girava sempre con due cani al seguito.

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