Archive for the 'Racconti in 100 parole' Category

Tempi

Stefano arrivò di fronte al negozio dell’orologiaio leggermente accaldato; era sgattaiolato dall’ufficio durante la pausa per il pranzo e temeva che avrebbe trovato chiuso. Spinse la porta ed entrò. Migliaia di ticchettii lo avvolsero come un bozzolo e il vecchio sollevò lo sguardo dal banchetto di lavoro e lo guardò sorridendo attraverso spesse lenti.
Non  funziona più - disse Stefano - porgendogli una grossa sveglia meccanica. Le lancette sembrano pazze, a volte avanzano ed altre vanno indietro…comunque non segna mai l’ora esatta da almeno due anni.

Conosce il significato del tempo? - disse l’orologiaio - sa per caso se esso è irreversibile?
In qual caso le lancette della sua sveglia avrebbero ragione. Sa - continuò garbatamente - l’irreversibilità è una illusione, un’impressione soggettiva, che deriva da condizioni iniziali eccezionali e noi cerchiamo di venire a patti con il tempo, con il suo arco limitato aperto su di noi; comunque mi faccia vedere - concluse. 

Con un sottilissimo giravite aprì il fondo della sveglia e lo osservò perplesso: Signor mio - parlottò come tra sé e sé - i processi reversibili non conoscono alcuna direzione privilegiata del tempo, mentre i processi irreversibili implicano una freccia del tempo che genera inevitabilmente entropia, cioè caos e disordine.

Dunque  - concluse mentre ricomponeva la vecchia sveglia e le dava la carica con una grossa chiave dorata - quando un sistema arriva all’equilibrio e i processi irreversibili a una conclusione finale, l’entropia raggiunge il suo massimo!

Stefano lo guardava sbalordito e leggermente preoccupato: prese la sveglia dalle sue mani e fece il gesto di tirare fuori il portafogli mentre diceva -  quanto le devo?
A me non deve nulla - sorrise l’orologiaio - a lei stesso invece molto. La sveglia funziona bene, è lei che funziona come una vettore irreversibile e genera confusione, anche alla sveglia che non sa più in che verso girare!  Scusi la domanda personale, lei che è giovane, sogna?

Stefano immobile chiuse appena gli occhi pensoso e quasi gridò in falsetto - certo che sogno!

Allora, forse, noi sognavamo sogni migliori - concluse il vecchio ricominciando a lavorare al suo banchetto, dimentico ormai di quel giovane accaldato, che lentamente apriva la porta e si perdeva tra la folla.

Fire

Giovanni Tritemio era accanto ad un fuoco, nel inverno del 1513 presso Würzburg, e come amico e maestro di Cornelius Agrippa si apprestava ad una travagliata riduzione fisica della materia dall’informe alla forma.

Aveva appena concluso la sua opera, la Steganographia, che teneva rilegata in forma manoscritta e che aveva letto solo l’abate di Sponheim, che ora gli aveva chiesto un  esempio di magia  operativa. Nell’ athanor aveva messo amnesie, frammenti del passato, ricordi, specchi riflettenti, luci tremolanti di candele: il risultato doveva essere uno oggetto che avesse la capacità di distruggere qualsiasi approccio in cui gli accadimenti siano legati da un nesso causale, trasformando ogni fatto in una spirale irrealistica ma emotivamente vera.

Uomo dotto, conosceva lingue come l’ebraico, il caldeo e il tartaro ed era in contatto con cabalisti, teologi e alchimisti. Il fuoco cominciò la sua opera, un processo “spirituale” di ascesa verso la luce della bellezza e di liberazione nella idealità: il fuoco, che in alchimia è sia un agente della trasformazione  sia il risultato della trasformazione stessa bruciava, mentre Tritemio pensava che poi, all’improvviso, si inciampa in un pomeriggio d’inverno in  parole che si fanno talmente invadenti che i corpi reagiscono.   La sorpresa diventa piacere. Desiderio di provare piacere. Piacere di provar desiderio. E le parole vorrebbero essere vissute, consapevoli di quanto sia effimera la tensione capace di sconvolgere.

Ma consapevoli anche che senza un atto di volontà i sogni rimangono sogni, le parole, parole.
 
“Avremo il coraggio di vivere un attimo sospesi dai nostri giorni tutti uguali?” si chiese con stupore e desiderio. 

Nel 1518 creò la Tabula recta.

Why

Infine stava tornando. Il modulo della navicella preposto al rientro, a contatto con la bolla dell’atmosfera, era diventato incandescente. Rientrava si, e precipitava anche. Era stato lontano dieci mesi in orbita stazionaria intorno ad un sole lontano ed ora era finita. Aveva visto la cristallina profondità del nero siderale incastonato di luci color rubino e ghiaccio; aveva sentito il silenzio del proprio tempo gettato nel tempo infinito del’universo; aveva creduto nella verità di contemplare quel sole rimanendo immobile nella propria poltrona; aveva ascoltato ogni rumore come fosse la musica più vicina all’armonia delle sfere celesti descritta dai mistici medievali.

Ed era stato felice. Ora era tutto finito ed era ragionevole tornare: la superficie si avvicinava e i mari e i boschi e tutta la realtà e doveva essere contento di rimettere i piedi per terra: troppo aveva galleggiato nella bolla dello spazio incommersurabile. Ora sentiva degli schiocchi secchi ad ogni piastra protettiva dell’involucro che esplodeva sotto il calore e l’attrito; ed ogni schiocco lo lasciava più nudo ed indifeso: avrebbe avuto bisogno di tutto il suo coraggio per tornare alla tranquilla sicurezza di una vita climatizzata. Rientare era la sicurezza di non evaporare sotto il calore di quel sole, tornare era salvarsi, e lo stava facendo anche a costo di dilaniare ogni parte della unità di rientro, un congegno compatto costruito con estrema ragionevolezza.

Lasciata l’orbita mancavano ora pochi istanti: è stato meglio cosi  - pensava - mentre tutto intorno cadevano pezzi incandescenti con traiettorie fulminanti. Bene, salvo. La ragione mi ha riportato qui, saldamente piantato con i piedi sulla mia bella dose di stabile terra. Basta impalpabili colori al limite dello spettro visibile che gli attraversano occhi mente e cuore, basta istanti di perfetta sospensione e di galleggiamento assoluto che dissipava - come una mano le mosche invadenti - il qui, il dove il quando, aspirandogli dall’anima ogni ragionevole perchè: perchè, perchè, perchè.

Apre lo sportello ed è salvo anche se un dubbio lo fa sempre svegliare, ancora prima che faccia chiaro, nel suo comodo letto: perchè?

La piccola magia

Entrando nel caseggiato la porta si vedeva appena, così in ombra. La persona che lo aveva convinto a farsi aiutare si presentava come un artefice del magico.

Gonzalo, scettico e in evidente indecisione, indugiava nel suonare il campanello: dalla guardiola il vecchio portiere, risvegliato dal calpestio, si sporse dalla porta e lo apostrofò:

-Dov’è che andiamo?!
-Dov’è che andiamo chi? rispose piccato Gonzalo
-Dov’è che andiamo voi! concluse il portiere.

Per risolvere l’imbarazzo si decise a suonare e subito la porta si aprì. Sik-Sik era seduto in un divano e fumava con lentezza. Rimanendo in piedi gli espose, come vergognandosi, rapidamente il problema che stava vivendo, continuando a muovere imbarazzato i piedi che producevano un tramestio piacevole, come d’accompagnamento alle sue parole.

Perchè è successo tutto questo? chiese, concludendo, Gonzalo

Sik Sik guardava la finestra, giocherellando con un vecchio lucchetto arruginito, e cercando di aprirlo con una piccola chiave dorata.

Vede caro signore, disse mente si sfilava il turbante posticcio dalla testa, tanto tempo fa amavo una persona e speravo che rimanesse con me, nella cassa dove l’avevo rinchiusa: questo lucchetto speravo bastasse. Era molto piccolina, e cercai di chiudere ogni fessura delle tavole, ogni angolo non combaciante, il foro della serratura del lucchetto stesso!

Non capivo perchè volesse fuggire ma conosco come lo fece: fece una copia esatta del luchetto utilizzando la mollica del pane che le davo in pasto e una volta che la feci uscire, per una passeggiata, lo sostituì a quello vero. Un pomeriggio trovai la cassa aperta e la sto ancora cercando.

Signor mio, siccome è difficile maneggiare il perché, rifugiamoci nel come.

Blues della città dolente

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città
e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno
era un calvario di sudore e di ansie.
Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte
ammucchiate sul tavolo, tra strade di fango,
muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte…
passavano l’olivaio, lo straccivendolo,
venendo da qualche altra borgata,
con l’impolverata merce che pareva
frutto di furto, e una faccia crudele
di giovani invecchiati tra i vizi
di chi ha una madre dura e affamata.
Rinnovato dal mondo nuovo,
libero - una vampa, un fiato
che non so dire, alla realtà
che umile e sporca, confusa e immensa,
brulicava nella meridionale periferia,
dava un senso di serena pietà.
Un’anima in me, che non era solo mia
una piccola anima in quel mondo sconfinato,
cresceva, nutrita dall’allegria
di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava, a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,
e però maturato dall’esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo
di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,
venisse dal caldo mare di Fiumicino,
o dall’agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo
che pareva soltanto dominare,
quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,
bucato da mille file uguali
di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali.
Le cartacce e la polvere che cieco
il venticello trascinava qua e là,
le povere voci senza eco
di donnette venute dai monti
Sabini, dall’Adriatico, e qua
accampate, ormai con torme
di deperiti e duri ragazzini
stridenti nelle canottiere a pezzi,
nei grigi, bruciati calzoncini,
i soli africani, le piogge agitate
che rendevano torrenti di fango
le strade, gli autobus ai capolinea
affondati nel loro angolo
tra un’ultima striscia d’erba bianca
e qualche acido, ardente immondezzaio…
Era il centro del mondo, com’era
al centro della storia il mio amore
per esso: e in questa
maturità che per essere nascente
era ancora amore, tutto era
per divenire chiaro - era,
chiaro! Quel borgo nudo al vento,
non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita
nella sua luce più attuale: vita,
e luce della vita, piena
nel caos non ancora proletario,
come la vuole il rozzo giornale
della cellula, l’ultimo
sventolio del rotocalco: osso
dell’esistenza quotidiana,
pura, per essere fin troppo
prossima, assoluta per essere
fin troppo miseramente umana.

(P.P.P)

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