Archive for Novembre, 2008

Se vuoi

Gassendi fu un astronomo contemporaneo di Galileo, con il quale ebbe una lunga corrispondenza epistolare. Nel 1621 fu il primo a fornire una descrizione scientifica di un fenomeno che egli denominò “aurora boreale”. Nel carteggio con Galilei, ad una analisi approfondita, emerge però un fatto ancor più significativo: oltre a studiare il movimento delle comete, le eclissi lunari e le macchie solari egli fu il primo a stabilire quale fosse il profumo dell’universo.

Gli studiosi hanno scoperto che ciò fu possibile grazie ad una “machina”, da lui stesso descritta minuziosamente prima e  costruita poi, denominata Sprezzatura. Tale oggetto, composto di centinaia di ruote dentate e minuscole leve, riusciva a produrre un movimento virtuoso con tale naturalezza, facilità e grazia, con una leggerezza tale che spingeva il cervello a richiamare emozioni, associando un determinato odore all’immagine che si stava osservando.

Grazie a tale processo psicologico, attivato anche dalle esperienze e dai ricordi, egli riusciva a trasformare in ricordo olfattivo una immagine, trasferendola nel sistema limbico, che è quella zona del cervello da cui passano le nostre emozioni.

Prima che la macchina andasse perduta nel furioso incendio che distrusse il suo laboratorio, ponendo fine così anche alla sua vita, Gassendi riuscì a riprodurre, per pochi secondi, anche il movimento (e relativo odore) di un certo tipo di desiderio.

In una nota, posta nel risguardo di un suo libro di astronomia, si può leggere che solo Il desiderio incerto è il movimento dell’animo ad avere l’intenso profumo della libertà.

Why

Infine stava tornando. Il modulo della navicella preposto al rientro, a contatto con la bolla dell’atmosfera, era diventato incandescente. Rientrava si, e precipitava anche. Era stato lontano dieci mesi in orbita stazionaria intorno ad un sole lontano ed ora era finita. Aveva visto la cristallina profondità del nero siderale incastonato di luci color rubino e ghiaccio; aveva sentito il silenzio del proprio tempo gettato nel tempo infinito del’universo; aveva creduto nella verità di contemplare quel sole rimanendo immobile nella propria poltrona; aveva ascoltato ogni rumore come fosse la musica più vicina all’armonia delle sfere celesti descritta dai mistici medievali.

Ed era stato felice. Ora era tutto finito ed era ragionevole tornare: la superficie si avvicinava e i mari e i boschi e tutta la realtà e doveva essere contento di rimettere i piedi per terra: troppo aveva galleggiato nella bolla dello spazio incommersurabile. Ora sentiva degli schiocchi secchi ad ogni piastra protettiva dell’involucro che esplodeva sotto il calore e l’attrito; ed ogni schiocco lo lasciava più nudo ed indifeso: avrebbe avuto bisogno di tutto il suo coraggio per tornare alla tranquilla sicurezza di una vita climatizzata. Rientare era la sicurezza di non evaporare sotto il calore di quel sole, tornare era salvarsi, e lo stava facendo anche a costo di dilaniare ogni parte della unità di rientro, un congegno compatto costruito con estrema ragionevolezza.

Lasciata l’orbita mancavano ora pochi istanti: è stato meglio cosi  - pensava - mentre tutto intorno cadevano pezzi incandescenti con traiettorie fulminanti. Bene, salvo. La ragione mi ha riportato qui, saldamente piantato con i piedi sulla mia bella dose di stabile terra. Basta impalpabili colori al limite dello spettro visibile che gli attraversano occhi mente e cuore, basta istanti di perfetta sospensione e di galleggiamento assoluto che dissipava - come una mano le mosche invadenti - il qui, il dove il quando, aspirandogli dall’anima ogni ragionevole perchè: perchè, perchè, perchè.

Apre lo sportello ed è salvo anche se un dubbio lo fa sempre svegliare, ancora prima che faccia chiaro, nel suo comodo letto: perchè?

Bang!

I was five and you were six
We rode on horses made of sticks
I wore black you wore white
You would always win the fight

Bang bang you shot me down
Bang bang I hit the ground
Bang bang that awful sound
Bang bang my baby shot me down

Seasons came and changed the time
I grew up I called you mine
You would always laugh and say
Remember when we used to play

Bang bang I shot you down
Bang bang you hit the ground
Bang bang that awful sound
Bang bang I used to shot you down

Music played and people sang
Just for me the church bells rang
Hey! Hey!

Now he’s gone I don’t know why
Sometimes I cry
You didn’t say goodbye
You didn’t take the time to lie

Bang bang he shot me down
Bang bang I hit the ground
Bang bang that awful sound
Bang bang my baby shot me down

(Sonny Bono, 1966)