Archive for Febbraio, 2008

Interpolazioni

Le mille e una notte

Corrispondenze imperfette si trovano nei classici europei: nel finale dell’”Amleto” viene rappresenta una tragedia che è pressappoco la stessa di Amleto; nell’”Iliade” Elena ricama una doppia veste di porpora che rappresenta la storia del poema.

Ma gli orientali hanno più coraggio.

In una notte de “Le mille e una notte” la regina Shahrazad, per una magica distrazione del copista, inizia a raccontare testualmente al re la storia de “Le mille e una notte”. Il re ode la propria storia parola per parola. Ode il principio della storia, che comprende tutte le altre e anche, in modo mostruoso, se stessa.

Il lettore scaltro intuisce la vasta potenzialità, nonchè l’oscuro pericolo, che questa interpolazione nasconde: che la regina persista e l’immobile re udrà per sempre la tronca storia de “Le mille e una notte”, ora infinita e circolare.

Un procedimento analogo è nel “Ramayana” di Valmiki, classico della letteratura indiana: nel libro finale i figli di Rama, che non sanno chi sia il loro padre, cercano rifugio in una selva, dove un asceta insegna loro a leggere. Si scopre che il maestro è, singolarmente, Valmiki e il libro sul quale studiano, il “Ramayana”.

Nelle situazioni al limite verso cui vengono spinti dal coraggio orientale, gli artifici letterari acquistano un carattere distruttivo della realtà analogo a quello attribuito ai paradossi.

Tali inversioni suggeriscono che se i caratteri di una finzione possono essere lettori o spettatori, noi, loro lettori o spettatori, possiamo essere fittizi.

Oltre il giardino

Dungeness, Kent: di questo luogo sappiamo che si tratta di un promontorio di ghiaia in riva al mare con oltre 300 varietà di fiori selvatici, 2 fari e pittoreschi cottage. In uno di questi ha vissuto dal 1986 a 1994 uno dei giardinieri più famosi e influenti del periodo, Derek Jarman.

Egli ha creato lì un giardino basato su piante locali e altri fiori che potevano sopravvivere in un ambiente così inospitale; lo ha arricchito di cerchi di pietre, sculture fatte di vecchi attrezzi, pietre e legname. Ha poi aggiunto oggetti lasciati dalle mareggiate, vecchi attrezzi e ”robi” trovati, collocando tutto questo tra arbusti e fiori.

Questo giardino, una volta completato, evocava un grandissimo senso di equilibrio, serenità e piacere ed è stato coltivato fino alla  scomparsa del suo geniale autore. 

Sappiano anche che il granchio di Dungeness ha svolto un ruolo importante nella storia di San Francisco, ha influenzato culinariamente parlando tutti i settori di vita Franciscan,  dai bacini delle crabboat  alla popolazione immigrata nella città e ha ispiranto una vasta gamma di piatti italiani, cinesi e vietnamiti, ma è un altro Dungeness.

Di Jarman, invece, ci interessa sapere che fino all’inizio della sua straordinaria attività di giardiniere era stato pittore, scenografo, regista, attore, scrittore e designer tra i più oltraggiosi dell’epoca Thatcheriana e il 19 febbraio scorso è stato il 14° anniversario della sua morte.

Lezioni

La prima delle sue lezioni americane è dedicata da Calvino alla leggerezza in quanto su di essa ha “più cose da dire”. Il suo lavoro di scrittore, è stato, una incessante sottrazione di peso dalle strutture del racconto e del linguaggio: la leggerezza è quindi un valore per lui, forse il Valore.

Il mondo, come intuiamo, si regge su entità sottilissime, ad esempio la pesantezza dell’hardware nulla potrebbe senza la leggerezza del software.

La leggerezza, in Calvino, si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e la casualità: può essere paragonata al linguaggio “che così aleggia sopra le cose come una nube”.

Nei molti esempi riportati nelle sue lezioni, la scrittura e la parola rappresentano “l’inseguimento perpetuo delle cose, l’adeguamento alla loro varietà infinita”.

L’essere umano, tra la desiderata libertà e la privazione sofferta, trova nella parola che si trasforma in leggerezza il tappeto magico che gli permette di volare in un regno dove, magicamente , ogni mancanza sarà risarcita.

Ma ormai si è così profondi che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati.

Frammenti di un discorso amoroso

Cos’è che trasforma un incontro tra due persone in una storia d’amore? E’ difficile dirlo, non avviene quasi mai per le stesse ragioni e la domanda è destinata a rimanere senza risposta: sappiamo invece che, almeno una delle due persone coinvolte, comincia a pensare all’altra in termini di Io&Te o cose del genere. Questo ci basta per dire con certezza che è cominciata una storia d’amore.

Ascolto un programma di canzoni alla radio, le più varie, e a poco a poco si compone nelle mia testa una storia, raccontata dalle canzoni stesse.

VENTO NEL VENTO è questo iniziale fondersi, questo sentire che un qualcosa esterno a noi si è impossessato di una parte della nostra vita e una stagione nuova, sia fisica che metaforica, è cominciata.

Tradurre il testo di ONE sarebbe probabilmente una delusione. Ci piace pensare però che rappresenti l’unicità, l’esclusività del soggetto del nostro amore, che diventa il raccoglitore delle nostre emozioni: questo convergere verso un solo punto è la forza e insieme la debolezza di questa emozione che, per quanto tempo riusciremo a sopportare nella sua devastante attrazione?

Il disagio suggerito da LE TUE MANI SU DI ME è causato dall’esaurirsi di questa spinta immensa che ha consumato tutto il carburante disponibile lasciando il posto ad un quieto, sereno normalissimo sentimento che non riesce più a coprire le crepe sottili e le immense voragini del nostro io e del mondo che ci circonda. Non siamo più Io&Te e siamo molto più soli.

Scorre ora il nostro amore su una piatta strada di normalità, desiderabile a volte e a volte insopportabile, che può durare anni tra sentimenti contrastanti. Si accumulano tossine invisibili che avvelenano il pozzo della passionalità e ci si scopre malati, febbricitanti per la mancanza di emozioni fino a che qualcuno suggerisce la possibilità di iniziare una nuova storia, come un muro su cui la pallina da tennis della nostra vita possa rimbalzare e prendere una nuova direzione. Fino a che chi ha deciso trova il modo di dire all’altro che la storia è finita e che “in un paese c’è una città, in quella città c’è una casa, in quella casa c’è una donna e in quella donna c’è un cuore che amo: sto andando a prenderlo per portarlo via con me’: questo è raccolto in TAKE IT WITH ME: l’inesorabilità dolorosa del distacco da ciò che non è stato possibile vivere pienamente.

Ancora nostalgia per chi si è lasciato in PRIMA DEL TEMPORALE che esprime una promessa di protezione oltre il tempo, che non potremo mantenere per la distanza che… tuttavia ci unisce.

E poi l’addio, MILLE GIORNI DI TE E DI ME, descrizione di come possa essere difficile uccidere l’amore per qualcuno, un qualcosa che non si concepisce morto, che vive in noi, essenza stessa della nostra esistenza: un qualcuno a tratti più grande di noi, insieme al quale “avremmo vinto noi contro un miliardo di persone’, e del quale scopriamo la crudele importanza proprio quando decidiamo di lasciarla.

In questo percorso sembra non esistere una ulteriore possibilità di essere innamorati: in questa atmosfera WITH OR WITHOUT YOU esprime ancora la nostalgia del passato riaffermando però la propria individualità e la consapevolezza dell’essere soli ma di continuare comunque a vivere la vita, non a lasciarsi vivere, con o senza qualcuno.

La vita continua con meno passione ed ardore, come un’auto su un’autostrada senza traffico, e si tenta di trasformare il passato in un oggetto di ricordo, magari proprio di quelli che si comprano nei self-service sull’autostrada e che ci ricordano cose che non sappiamo bene se ci appartengono veramente oppure no: questa atmosfera l’abbiamo cercata in SARA’ UN BEL SOUVENIR.

Un destino in apparenza ineluttabile porta l’immaginario nostro personaggio (che per comodità immaginiamo maschio) verso una ulteriore separazione, che in fondo è una separazione da una unione debole: avanza la solitudine quasi rasserenata di AMATA SOLITUDINE dove un individuo abbandona gli altri per cercare se stesso, ma avverte che il “sé stesso’ è ancorato alla sua vita precedente, nelle mani della sua “vera’ amante, quella che ha dovuto/voluto lasciare la prima volta. E’ l’amarezza dolorosa di uno sbaglio riconosciuto che suggerisce l’idea che si possa, a volte, tornare indietro senza aver perso molto.

Non è facile, si percepisce il tempo trascorso, molte lacrime degli amanti sono state raccolte dai loro amici, la violenza del distacco ha soffocato una parte istintiva dell’amore provato e l’amarezza devastante di questi sentimenti è rappresentata da questo appuntamento, un po’ stanco, all’HOTEL SUPRAMONTE.

Ora il ricordo del passato precipita in una angosciata memoria in cui rifugiarsi, vivendo una solitudine che lo lega sempre più al fantasma dell’amore perduto per sempre: qui egli ama l’amore e non l’amata. THE FAMOUS BLUE RAINCOAT forse non è letterariamente questo, ma l’atmosfera c’è.
Ora si apre un lungo periodo di elaborazione del dolore, di sepoltura dei sentimenti perché la vita biologica possa continuare anche senza il cuore.

Ma un giorno, per caso, in un treno egli intravede la “sua’ donna. TU PARLAVI UNA LINGUA MERAVIGLIOSA è perfetta.

La storia che volevamo raccontare si chiude qui: le ultime due canzoni sono come i titoli di coda di un film, perché proprio come in un film abbiamo sentito la voglia di terminare in modo intenso ma leggero la storia che abbiamo immaginato e l’angoscia evocata.
FAMMI ANDAR VIA è una bella e amara canzone le cui parole andrebbero ascoltate con particolare attenzione perché sono di grande suggestione poetica.
IT’S ALL RIGHT è piacevolmente superficiale e umanamente auto consolatoria.

Opera Buffa

Passerà il nostro amore
e poi cento e altri cent’anni,
poi saremo ricongiunti:

commedianti lui e lei,
del pubblico i beniamini,
ci porteranno in teatro.

Una farsa con ariette,
qualche ballo, molte risa,
un buon quadro di costume
con applausi.

Sarai buffo certamente
sulla scena, un geloso
incravattato.

La mia testa in subbuglio,
il mio cuore e l’orgoglio,
sciocco cuore che è spezzato
e l’orgoglio calpestato.

E così c’incontreremo,
lasceremo, risa in sala,
sette passi, sette leghe
tra di noi c’inventeremo.

E quasi non bastassero
i dolori della vita
- ci uccideremo con le parole.

Poi faremo un bell’inchino
che alla farsa porrà fine.
Tutti a letto se ne andranno
divertiti da morire.

Loro - liete vite avranno,
e l’amore domeranno,
una tigre stesa ai piedi.

Noi - per sempre un pò così,
con berretti a sonagli,
barbari dai loro trilli
incantati.

(W.Szymborska)