Archive for Agosto, 2006

Il romanzo poliziesco

Edgar Allan Poe

C’è un tipo di lettore attuale, che è il lettore di romanzi polizieschi. Questo lettore è stato generato da Edgar Allan Poe.

Poe è stato un proiettore d’ombre molteplici. Da lui deriva l’idea della letteratura come fatto intellettuale e il racconto poliziesco.

La costante del racconto poliziesco è che il mistero viene chiarito per opera dell’intelligenza. Nel caso di Poe il compito viene portato a termine da Charles Auguste Dupin, il primo detective della storia, che si chiamerà poi Sherlock Holmes, che si chiamerà più tardi Padre Brown, che avrà poi altri nomi.

Poe non voleva che il genere poliziesco fosse un genere realista. Voleva che fosse un genere intelettuale, un genere fantastico in alcuni casi, ma un genere fantastico dell’intelligenza, non soltanto dell’immaginazione.

Tutto questo è già presente nel primo racconto di Poe, “Il delitto della Rue Morgue“, archetipo del racconto poliziesco. Nel rileggerlo oggi si può pensare che trama e risoluzione dell’enigma siano banali. Lo è per noi, che la conosciamo già, ma non per i primi lettori di romanzi polizieschi: non erano smaliziati come noi, non erano un’invenzione di Poe come lo siamo noi. Quanti lessero quel racconto ne rimasero stupefatti e poi sono venuti gli altri.

Noi, quando leggiamo un romanzo poliziesco, siamo un’invenzione di Edgar Allan Poe.

Verso Nord

Raimon Panikkar

A chi mi ha domandato il motivo profondo per cui ho lasciato la mia città non ho mai saputo rispondere in maniera definitiva. Mi da ora una mano, con una risposta, Raimon PanikKar.

Domanda: Dove trova una sua identita?

Perdendola, non cercandola: non volendo attaccarsi ad un’identità che ancora non è realizzata, e che non si può trovare certamente nel passato. Allora sarebbe una copia di qualcosa di vecchio.

La vita è rischio; l’avventura è novità radicale; la creazione è ogni giorno, una cosa assolutamente nuova, imprevedibile.

Più si osa camminare per nuovi sentieri, più si ha bisogno di essere radicati nella propria tradizione e aperti alle altre, che ci rendono consapevoli che non siamo soli e ci permettono di raggiungere una visione più ampia della realtà.

Sono partito come cristiano, mi sono scoperto indù e ritorno come buddista, senza aver mai cessato d’essere cristiano.

Connettività

Il premio in Palio

Secondo una tradizione antichissima, precedente l’Odissea, Ulisse discende da Ermes (a Roma direbbero Mercurio): questo dio, figlio di Zeus e Maia, è l’inventore del logos cioè il discorso, l’argomentazione. Sempre secondo la tradizione le sue parole erano insieme vere e false e il divino e l’umano si confondevano in esse.

Per il padre Zeus Ermes era la metis, la incarnava: per questo egli proteggeva ladri, briganti, ciurmatori, avventurieri, grassatori, bugiardi e mistificatori; ma anche i maghi, i viaggiatori, la notte e Odisseo (cioè Ulisse).

Sempre secondo quella antichissima tradizione Zeus persuase la dea Metis a trasformarsi in poche gocce d’acqua, che egli inghiottì rapidamente, diventando TUTTO metis, con i doni della metamorfosi ed una ingegnosissima astuzia pratica.

Il Palio che si corre a Siena è un residuo archeologico unico! al mondo di questa dote di Ermes e di Ulisse: la metis appunto.

In quale altra competizione è permessa la finzione, l’inganno (gli accordi tra fantini), la frode (la corruzione di cavalieri da parte delle contrade), gli accordi sottobanco, la battaglia (colpire il cavallo avversario) pur di vincere? Il Palio, con tutte le sue contraddizioni, rimane l’unico segnale codificato di quella dote, disprezzata in molte epoche, che era la caratteristica prima di Ermes-Ulisse.

Ecco.

Omero e Rumenigge

omero

Karl Heinz Rumenigge ha accusato gli italiani di essere “furbi‘ e quindi di non essere degli interlocutori affidabili. Ha ragione, questo lo sappiamo tutti. Pur non cercando scuse (che non ci sono) proviamo a capire perché noi siamo considerati “furbi’.

Gli antichi Greci distinguevano l’intelligenza in due categorie: quella contemplativa e inattiva che chiamavano nous e quella attiva ed esecutiva che chiamavano metis. In uno dei due poemi fondativi della nostra cultura e dal quale deriva ancora il nostro idem sentire, l’Odissea, il protagonista è indubbiamente Odisseo (Ulisse per gli amici). Egli viene già nelle prime righe definito da Omero polymetis (accorto, astuto), polymechanos (in questa accezione abile), polytlas (paziente).

Dopo alcuni canti Odisseo è definito di nuovo polymechanos nel senso, in quel contesto, di mentitore perché capace di inventare espedienti: in una parola quindi furbo.

Certo una bella differenza rispetto al “fratello maggiore’ Achille! L’eroe dell’Iliade è l’eroe senza macchia e senza paura: sempre rappresentato bello-biondo-coraggioso il suo ritratto psicologico è frontale; Odisseo invece è sempre sfuggente (si traveste, cela la propria identità, si nasconde) e il suo ritratto letterale è, diciamo, obliquo se non proprio ambiguo.

Ecco. Ha ragione Rumenigge quando ci accusa di non essere chiari ma sfuggenti; non è una grande qualità la furbizia (lo stesso Ulisse cadde in disgrazia nei secoli successivi come figura morale). Quindi non ci sentiamo assolti, ma la nostra natura culturale, purtroppo, è ancora un po’ così: polymetis.

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